giardino

Cronaca di una brutta avventura

Non l’ho mai sentito così perentorio, quindi ho fatto esattamente ciò che mi ordinava di fare.
«Fra tre minuti dobbiamo essere fuori di casa. Prendi le cose essenziali».

Lo avevo sentito dire solo nei film e, vi assicuro, sentirselo lanciare come proclama indiscutibile è tutt’altra cosa. Il cuore inizia a battere ma so che non è il momento di dargli retta e me ne infischio delle sue inopportune bussate. Respiro zen, mi vesto in un lampo (senza lampo), mi fermo quel paio di secondi per capire che non è il caso di prendere la valigia, troppo impegnativa da aprire e chiudere e poi è capiente e invita a metterci di tutto. Afferro lo zaino e ci inserisco le cose più costose: la tecnologia.
Computer e iPhone, caricabatteria e mouse alogeno.
Passo ai quaderni, sono quattro e pieni di appunti.
Libri, ci sono le mie sottolineature e le annotazioni.
Tre bottiglie di acqua.
Una borsa del supermarket nella quale, visto che ho ancora un briciolo di tempo, infilo alla rinfusa biancheria intima, un paio di vestiti, magliette e un paio di ciabatte.
Anto nel frattempo ha preso la macchina e si è posizionato davanti al cancello aperto che blocco posizionando davanti alla fotocellula il coperchio di un fusto della indifferenziata.
Se penso a come riposavo serafica solo cinque minuti fa. Ero distesa sul letto per un riposino del dopo pranzo, su al soppalco, e stavo recuperando un episodio di Silicon Valley. La sera mi ci addormento sempre e non voglio inchiodare Anto sulla quarta stagione che stiamo guardando ormai da un mese e mezzo. Mi sembra chiedergli troppo. Siamo in campagna e i rumori si sentono ben distinti. I grilli la sera e le cicale il giorno. A un certo punto ho sentito un picchiettio sempre più forte.
«Che bello, Anto, stanno passando i cavalli!»
Lui fa uno scatto ed esce per rientrare subito dopo e avvisarmi che si tratta di fuoco, altro che cavalli. Quindi meglio lasciare la casa il prima possibile.
Finalmente arrivano i vigili del fuoco, ma le fiamme si spengono da un lato e compaiono dall’altro. Hanno arso il canneto e ora stanno divorando la macchia. Sono sempre più vicine alla strada. Neanche una decina di secondi e una nube grigia ci rende il respiro difficoltoso. Ci allontaniamo cento metri. Poi duecento metri. Infine decidiamo di andare via. Non serve a niente restare e sperare.
Torniamo che è sera. I vicini sono in strada. Il paesaggio ha cambiato volto. La macchia si è appiattita in cumuli di polvere nera dalla quale emerge la strafottenza della gente, segni indeperibili della noncuranza per la natura e della irrispettosità verso il bene comune. Sui nostri volti tristi cala lo sbigottimento.
Quando passa uno tsunami, trascina ciò che vorremmo che restasse e lascia ciò che non vorremmo vedere. Così come gli incendi che distruggono i nostri beni e ci mettono sotto al naso i resti della nostra maleducazione.

Stasera è un po’ così. Tra l’amarezza, la vergogna, l’impotenza. E allora, come si fa in questi casi, volgi lo sguardo altrove e continui ad andare avanti, con quel pensiero che in questi casi aiuta che poi è quello di dire Poteva andare peggio.

l’incendio alla macchia, ancora lontano

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Potrebbe essere un'immagine raffigurante incendio e attività all'aperto

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