Salotto

Ho un peso qui e te lo voglio raccontare

Dopo un anno e mezzo sono tornata in palestra.
Una palestra quasi irriconoscibile. Triste. Silenziosa, anche. Rinnovata anche in peggio, con colori tetri e arredamento extra minimal. E già l’atmosfera ammoscia la voglia di ricominciare e rimettermi in moto.
Ci sono delle regole ben precise. Poche. Semplici. Tutti ci arrivano. Tutti ci possono arrivare. Eppure, molti le ignorano, per loro è come se non sia successo nulla, che non STIA succedendo nulla. Sono convinti di vivere sospesi in una bolla inattaccabile.
Sono già quattro o cinque volte che vado e non ho mai incontrato nessuno che pulisca o disinfetti gli armadietti. Allora mi porto la mia bella bomboletta spray e disinfetto il mio. Le compagne mi guardano perplesse. Rispondo offrendomi di disinfettare anche il loro.
In sala pesi devo ricordare, e mi sarei anche rotta di farlo, che gli attrezzi vanno disinfettati dopo l’utilizzo. No “andrebbero”, VANNO! disinfettati. Devo anche ricordare di tirar su la mascherina quando non si fanno gli esercizi e si passeggia negli spazi comuni.
E’ una palla, lo so. Lo è anche per me e per tutti coloro che si muniscono di panno e disinfettante e lo passano, sospirando e smadonnando dentro la mascherina. Così è e così è meglio di una palestra chiusa.
Non ditemi che è meglio una passeggiata veloce al parco, che ce l’ho anche vicino, perché lo so ma mi servono altri movimenti.
Ebbene, con il mio umore sotto i piedi, finita la lezione, esco e vado al mercato dove comprare verdure fresche per la dieta che la nutrizionista mi ha appena inviato per email.

C’è il sole, il sorriso si riaccende.

Sento una voce maschile. E’ piena di entusiasmo e non si può non notare, e lo trasmette, questo entusiasmo.
Mi volto per la curiosità di vedere chi è. E’ un giovane papà che sta rovistando nel cassonetto dell’umido e sembra aver trovato un tesoro che porge alla figlia, una ragazzina di non più di dieci anni.
“Tieni, guarda qua, sono broccoletti. Guarda quanti sono! Apri le braccia e tienili.”
“Buoni, vero papà?”
“Sì, e piacciono anche a mamma.”
“Come li facciamo, papà?”
“Con l’acqua. Sono talmente buoni che non vanno conditi”.
Mi blocco. Non riesco ad andare né avanti né indietro.
Vorrei intervenire. Comprare loro qualcosa. Offrire un qualche…
Ma no. Non è possibile.
Lui mostra contentezza da far apparire alla figlia quel gesto come non dico divertente ma normale.
E se intervengo forse mortifico il loro gioco.
Infrango la loro complicità.
Sminuisco quell’atteggiamento dignitoso di un padre che maschera la disperazione per amore di una figlia.

Io non lo so se i miei pensieri sono giusti.
Non so se mi sono comportata bene.
So solo che mi sento di merda!

Coaching e Servizio Sociale: l'unione vincente per un aiuto concreto -  Master Coach Italia - Scuola di Coaching

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